Dizionario Scultori

Atlante Regionale

 
 

 

 

 

     

Jacopo Della Quercia

Jacopo della Quercia (Siena 1374/74 - 1438).
Galleria Fotografica

Il concorso per la seconda porta del Battistero di Firenze del 1401 ebbe un altro grandissimo "combattitore" nel senese Jacopo della Quercia, così detto probabilmente dal soprannome della madre. Figlio di uno scultore noto per le sue statue lignee, Piero d'Angelo, la sua formazione è estremamente dibattuta tra chi ritiene che abbia compiuto il suo tirocinio presso i fratelli Dalle Masegne a Bologna e chi lo vede, in Siena, intento a rimeditare la grande lezione di Nicola e di Giovanni Pisano come testimonierebbe la Madonna col Bambino in marmo a lui attribuita sull'altare Piccolomini nel Duomo, databile con sicurezza al 1397.

Perduta la formella del concorso, la sua prima opera documentata è la Madonna del Melograno commessagli nel 1403 per il Duomo di Ferrara (ora nel Museo) e terminata nel 1407, che con la Madonna Piccolomini ha tanti punti di contatto, cui si aggiunge qualche eco dei modi del gotico internazionale assimilati durante il soggiorno dell'artista a Bologna.

Nel 1406-1407 Jacopo eseguì il monumento funebre alla giovane moglie di Paolo Guinigi, signore di Lucca, Ilaria del Carretto, morta di parto nel 1405. Distaccandosi dai complicati, e talvolta macchinosi, complessi funerari del Trecento, l'opera, che è nella Cattedrale di San Martino di Lucca, consiste di un sarcofago dai fianchi classicamente decorati da eroti reggifestoni, sul cui coperchio giace l'immagine soavissima della defunta il cui dolce abbandono è mirabilmente reso dalla conclusa scorrevolezza delle cadenze lineari, dall'ampiezza dei ritmi che con interne rispondenze fasciano e sigillano le esili forme del corpo appena emergenti al di sotto della veste finemente pieghettata e drappeggiata: a tale purezza e delicatezza di visione plastica si accorda il volto bellissimo racchiuso tra i perfetti, geometrici volumi dell'ampio bavero e del cercine che fascia i capelli.


Una lunga e travagliata gestazione ebbe un'opera che fu tanto ammirata e famosa da far attribuire all'artista l'appellativo, spesso citato dagli antichi scrittori, di "Jacopo della Fonte". È la fonte per il Campo di Siena, detta, per la gioia che procurò l'arrivo dell'acqua in quel luogo, la Fonte Gaia. Essa gli fu allogata dal Comune nel 1409, ma la sua esecuzione si effettuò prevalentemente dal 1414 al 1419, quando venne inaugurata. Ispirandosi alla struttura tradizionale delle fonti pubbliche senesi del Medioevo, e privandola della copertura a volte e delle sovrastrutture, Jacopo concepì la sua a guisa di un bacino rettangolare circondato da tre parti da un alto parapetto, di cui i due lati corti a sagoma discendente recano a bassorilievo la Creazione di Adamo e la Cacciata dall'Eden e, sui pilastri anteriori, due statue femminili rappresentanti, secondo la tradizione, Rea Silvia e Acca Larenzia, in omaggio alle mitiche origini romane della città, mentre in quello più lungo domina, al centro, la Madonna col Bambino circondata dalle allegorie delle Virtù. In tal modo la fonte si assimila ad una sorta di grandioso altare di candidi marmi e di limpide acque mormoranti eretto a gloria della celeste "Avvocata" dei senesi nella rosea conchiglia del Campo. Attualmente essa è sostituita "in situ" da una copia eseguita nel 1858 da Tito Sarrocchi e quanto resta dell'originale si conserva in una loggia del Palazzo Pubblico.


Fonte Gaia in una foto prima del 1868

Queste sculture, pur nella loro estrema degradazione dovuta alle intemperie e alle ingiurie del volgo, sono ancora testimonianze eloquenti dell'originalità e della potenza del linguaggio di Jacopo per il modo con cui la linea, superando ogni decorativismo gotico, diviene strumento essenziale di sintesi e di movimento nel definire con le sue grandiose e duttili cadenze i piani plasticamente animati, ma di moderato rilievo, delle figurazioni: esemplare sotto tale aspetto è la Sapienza con quel semicerchio grandioso che disciplina la caduta dei panneggi sotto il ginocchio, cui corrispondono i fluenti profili curvilinei della parte superiore della figura e dello spiegato e molle abbandono del braccio destro.

Il grande ritardo e la discontinuità dell'esecuzione della Fonte Gaia si debbono probabilmente al fatto che Jacopo era occupato anche a Lucca, di cui un documento del 1413 lo dice "habitator" e dove in quell'anno gli venivano commesse le sculture per la cappella della famiglia Trenta in San Frediano, consistenti in due lastre tombali di Lorenzo Trenta e della moglie, datate 1416, e in una pala marmorea per l'altare datata 1421, ma forse realizzata qualche anno prima. In essa Jacopo riprese la struttura a polittico creata nel settimo decennio del Trecento da Tommaso Pisano per la chiesa di S. Francesco a Pisa, aggiornandola secondo il gusto gotico "fiammeggiante", forse sull'esempio di quella dei veneziani Dalle Masegne (1388-92) per il S. Francesco di Bologna. Infatti sia nella Madonna al centro, sia nelle statue e nei busti dei Santi l'irrealismo lineare gotico giunge all'estremo nei tormentati viluppi dei panneggi, mentre nelle teste compaiono timidi accenti classicheggianti che si ritrovano nel fiero volto romaneggiante di un monumentale Apostolo destinato ad uno dei contrafforti esterni del Duomo di Lucca (ora nell'interno).

Nel 1417 venivano allogate a Jacopo due formelle in ottone dorato per il fonte battesimale di S. Giovanni a Siena: ma egli ne eseguì soltanto una - raffigurante l'apparizione dell'angelo a Zaccaria - consegnata soltanto nel 1430 e nella quale l'artista appare per un momento attratto dalle lusinghe ghibertesche e dalla formella che Donatello aveva eseguito in sua vece per lo stesso fonte nel 1427.

Non è certo che a lui spetti, pur essendo probabile, l'elegante disegno del pozzetto nel quale, secondo alcuni, dovette intervenire, almeno con dei suggerimenti, il Ghiberti che nel luglio 1416 era stato chiamato a Siena insieme con altri due fiorentini. Ma per il fonte, più tardi, Jacopo concepì il tabernacolo marmoreo sovrastante il pozzetto dove, più che la struttura architettonica fiorentineggiante, si impongono per la loro energia plastica le figure dei Profeti che irrequietamente si torcono entro le loro nicchie.

Nell'ultimo decennio della sua movimentata esistenza Jacopo attese prevalentemente alla decorazione della "porta magna" di S. Petronio a Bologna, commessagli il 26 marzo 1425 e i cui pilastri laterali recano rilievi con Storie della Genesi, l'architrave è istoriato coi fatti dell'Infanzia di Cristo mentre nella sovrastante lunetta stanno tre statue della Madonna seduta col Bambino, di San Petronio e di Sant'Ambrogio, quest'ultima rifinita ai primi del Cinquecento, essendo l'impresa rimasta incompiuta a causa della morte dell'artista sopravvenuta a Siena il 21 ottobre 1438. Nelle formelle la potenza rappresentativa di Jacopo si dispiega con un massimo di concisione e di essenzialità, fornendo una delle più memorabili interpretazioni dei temi biblici ed evangelici. Rinunziando ad ogni particolare descrittivo e ornatistico, vi domina la figura umana dove il linearismo gotico, pur senza perdere il suo carattere di continuità, si fa costruttore di atletiche forme, cariche di energia, e il rilievo si comprime in poderose soluzioni di "stiacciato" dove le masse plastiche si dilatano quasi ad assorbire e propagare sulle loro ondulate superfici la luminosità atmosferica. Ne nasce un nuovo genere di bassorilievo pittorico del tutto diverso da quello che veniva creando il grande contemporaneo di Jacopo, Donatello, mentre i protagonisti della Genesi con i loro nudi possenti e nerboruti sembrano anticipare l'eroica progenie dei personaggi michelangioleschi: ed improntate ad una sorta di primordiale angoscia sembrano anche le Storie dell'architrave, nelle quali la superficie del modellato si frange determinando veementi e drammatiche vibrazioni di luce e d'ombra.

Pochi giorni prima di morire l'artista, per un altare del Duomo di Siena di cui rivestiva la carica di Operaio, attendeva alla lunetta con la Madonna e Sant'Antonio Abate che raccomanda il cardinale Antonio Casini che dalla collezione Ojetti è da non molto passata nel Museo dell'Opera del Duomo di Siena: ultimo, altissimo capolavoro del maestro che nella gravità dei gesti con cui i personaggi appaiono reciprocamente legati - mentre il Bambino benedice il cardinale la Madonna si volge verso un San Sebastiano che doveva stare nella parte sinistra della lunetta e che oggi è scomparso - nell'appassionato fervore del cardinale che genuflesso mira con implorante intensità la Madonna e nel volto velato di malinconia di questa riflette una profonda e tormentata spiritualità.

Jacopo praticò con assiduità anche l'intaglio in legno, nel cui genere gli vengono plausibilmente attribuite varie statue, mentre sicuramente documentata è la coppia dell'Annunciazione eseguita nel 1421 per la Collegiata di San Gimignano, che si riallaccia alla grande tradizione pisana del Trecento: ma di fronte alla Vergine dalla sdutta figura riassunta nel semplice ritmo lievemente curvilineo delle pieghe della veste, l'Angelo, che arde di dolce baldanza nel bellissimo volto di "giovane Cesare", appare di più complessa struttura plastico-lineare.

 

 


Home | Scultori Italiani | Scultori Mondiali | Le Vostre Sculture | Gallerie fotografiche | Approfondimenti |
| Mostre ed Eventi | Links | Download | Forum |  Contatti |

 

 

   

 

Home
Scultori Italiani
Scultori Mondiali
Le Vostre Sculture
Gallerie Fotografiche
Approfondimenti
Mostre ed Eventi
Links
Download
Forum
Contatti