Dizionario Scultori

 
 

 

 

 

     

Giuseppe Penone

Giuseppe Penone (Garessio, Cuneo, 1947).
Galleria Fotografica

Nell'ambito dell'Arte povera, ha incentrato la sua ricerca sui processi di crescita naturale e sul modo in cui l'artista può visualizzarli e modificarli; Le operazioni vengono documentate fotograficamente, come per gli alberi di Alpi Marittime del 1968..

Con il ciclo degli Alberi, cui si dedica dal 1969 e che prosegue fino agli anni più recenti, intaglia travi di legno fino a far emergere la struttura dell’albero che la trave è stata, prima di venir resa utensile dal lavoro umano. Alla base della trave, o del blocco do legno, l’artista individua un anello fra quelli formatisi durante la crescita dell’albero e lo raggiunge "per forza di levare", come nella più classica tradizione scultorea. Le modalità di esposizione contemplano sia la trave appoggiata al muro o posta a terra, in forma di bassorilievo, sia il blocco di legno diviso in due metà stanti nello spazio, come in un tutto tondo (Albero di quattro metri, 1969; Albero di dodici metri, 1987-91).

Penone si rivolge alla natura come generatrice di forme preculturali che la natura rielabora e a cui attribuisce senso. Della natura fanno parte il corpo umano e le sue relazioni con l’ambiente esterno, che l’artista tematizza in lavori come Svolgere la propria pelle (1970), Pressione (1974) o Palpebre (1978), dove le impronte dell’epidermide vengono ricamate tramite l’apposizione di nastri adesivi o di resina, stampate in diapositive, proiettate alle pareti o su grandi tele libere e ricalcate a carboncino.

Con Patate (1977) e Zucche (1978-79) delega invece la realizzazione dell’opera a processi di crescita naturali, che innesta senza poterli controllare completamente, a cui per altro è delegato il compito di creare il suo autoritratto.

Nei Soffi del 1978, in terracotta, e nei Soffi di foglie, realizzati con foglie vere o come fusione in bronzo, il contatto, per quanto basato su azioni semplici, fra la materia e il corpo è interamente programmato, ed emerge in primo piano il ruolo che quest’ultimo assume nel processo di creazione di forma.

Più immediato , ma simile, il processo che governa i Gesti vegetali degli anni Ottanta. In questi casi Penone costruisce figure antropomorfe in bronzo, la cui conformazione è determinata dal contatto della mano con la creta, e pone all’interno delle fusioni arbusti liberi di crescere autonomamente.

Molti altri lavori più recenti di Penone si basano su questo principio, come nel ciclo delle Propagazioni, o delle Terre d’ombra, ambedue della fine degli anni Novanta. Nei primi lavori, le impronte digitali diventano la matrice di una stesura ininterrotta di linee concentriche che dal foglio da disegno dove sono impresse conquistano la parete e l’intero ambiente, investito dall’energia di infinite linee andamentali. Nel secondo gruppo di opere, le impronte di particolari del volto o delle mani creano venature dove si inseriscono perpendicolarmente calchi in bronzo di foglie, che oppongono alla morfologia del corpo umano quella del vegetale.

In altri cicli di lavori, pareti del corpo, come le unghie o le volute del cervello, vengono visualizzate e ingigantite, in materie come vetro e acciaio, e presentate a contatto con elementi naturali per sottolineare la loro funzione di raccordo fra il soggetto e l’ambiente che lo circonda.

L’adozione che l’artista compie dei materiali più tipici del fare artistico, come il bronzo e il marmo, indica la volontà di confrontare i processi linguistici di una sterminata tradizione culturale e quelli formativi degli organismi viventi. Ne sono prova sia le fusioni in bronzo degli alberi collocati in esterno, a contatto diretto con la natura in operazioni quasi mimetiche (Faggio di Otterlo, 1988; Pozzo di Munster, 1987) o ciclo recente dei marmi bianchi delle Anatomie.

Vicini alla body art sono i lavori sul rapporto tra corpo e ambiente esterno, come Rovesciare gli occhi (1970), autoritratto con lenti a contatto specchianti, o Svolgere la propria pelle (1970), in cui le impronte dell'epidermide vengono proiettate su pareti o tele, all'origine di una serie di opere basate su calchi e visualizzazioni in materiali vari della morfologia del corpo umano proseguite fino agli anni Novanta.

 


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