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Michelangelo Allo stesso periodo, che precede il secondo viaggio a Roma, risalgono l'austera Madonna col Bambino di Bruges (chiesa di Notre-Dame), colà trasferita da mercanti fiamminghi; il San Matteo dell'Accademia di Firenze, in cui la figura dell'apostolo, lavorata di getto e non ancora digrossata, sembra lottare con disperata risoluzione contro l'avvinghiante prigionia del marmo:
e i due superbi tondi marmorei eseguiti per Taddeo Taddei (Londra, Royal Academy of Arts) e per Bartolomeo Pitti (Firenze, Bargello):
opere queste ultime di grande importanza per la definizione e l'intendimento di due procedimenti tipicamente michelangioleschi: il «contrapposto» e il «non finito». Il primo consiste nel dare alle varie parti di una figura direzioni divergenti, sì da creare un'impressione di movimento pur nella staticità della posa (e sarà accorgimento ripreso e sviluppato, in modo talora artificioso, dalla successiva generazione di artisti, quella dei cosiddetti «manieristi»); il secondo si riferisce invece all'improvvisa interruzione del lavoro prima che l'opera sia ultimata, interruzione dovuta a ragioni imprecisabili che si è voluto ricondurre volta a volta a uno stato di insoddisfazione dell'artista conscio della resistenza e dei limiti opposti dalla materia alla grandezza e complessità della propria concezione, o, per contro, alla sua soddisfazione nel vedere già adempiuti a uno stadio intermedio della lavorazione gli obiettivi finali della propria ricerca. Sempre di questo periodo è la prima prova pittorica giunta sino a noi, il tondo con la Sacra Famiglia, dipinto per Agnolo Doni e oggi agli Uffizi di Firenze; qui l'artista dà corpo per la prima volta alla convinzione, in lui radicatissima, che la pittura è «tanto più tenuta buona, quanto più va verso il rilievo». Una salda monumentalità governa infatti il gruppo sacro, movimentato da ardite torsioni a spirale e proiettato in primo piano, con straordinaria efficacia, da una sgargiante fantasia di colori. Purtroppo disperso, benché ugualmente celeberrimo grazie ai disegni e alle incisioni che ne furono tratti e alle descrizioni ammirate dei contemporanei, è invece il cartone apprestato per il grande affresco con la Battaglia di Cascina destinato ad affiancare in Palazzo Vecchio, la Battaglia di Anghiari di Leonardo. Nonostante l'affronto patito, Michelangelo non tardò comunque, anche per le vivaci insistenze del pontefice, a riconciliarsi con lui, e anzi ne fuse un'effigie bronzea, distrutta qualche anno più tardi dai Bolognesi durante una sommossa. Alla sepoltura di papa Giulio l'artista tuttavia non cessò mai di attendere, come testimoniano i vari progetti (all'ultimo dei quali - il sesto - fu dato finalmente corso nel 1545 nella chiesa di San Pietro in Vincoli), e talune sculture come il Mosè alloggiato al centro della tomba, le figure di Lia e Rachele che lo fiancheggiano, e i sei Schiavi (o Prigioni) divisi fra Parigi e Firenze. Tra queste la più rinomata è certamente il Mosè, sia a motivo dell'aneddotica fiorita su di esso (il maestro che, sbalordito per la fremente vitalità dell'opera, le vibra un colpo di martello, quasi a volerne strappare la parola), sia per l'altissima suggestione emanante dalla gigantesca figura:
Famosi sono anche i Prigioni, i due del Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle), cronologicamente anteriori e più compiuti, e i quattro della Gallerie dell'Accademia di Firenze (Schiavo giovane, Schiavo barbuto, Schiavo che si desta e Atlante), più tardi e non finiti, eppure straordinariamente vivi nella loro lotta insensata contro il blocco di marmo che inesorabilmente li serra.
Mentre il primo incarico fu in seguito revocato, provocando le furibonde rimostranze dell'artista, che già aveva approntato i disegni e un modello in legno, al secondo Michelangelo attese (con una lunga sospensione dovuta al rovesciamento del regime mediceo e all'instaurazione di un governo repubblicano, in cui prestò servizio come esperto di fortificazioni) fino al 1534, portando a termine le finiture interne della cappella (detta anche Sacrestia nuova) e due dei sei monumenti funebri previsti a ridosso delle pareti: tanto la struttura parietale della cappella, armoniosamente scandita da un gioco raffinato di pieni e di vuoti e da fieri contrasti chiaroscurali, quanto le sculture che vi furono alloggiate - la Madonna con il Bambino sul sarcofago di Lorenzo de' Medici, l'Aurora e il Crepuscolo su quello del duca Lorenzo, il Giorno e la Notte su quello del duca Giuliano, e le due statue dei duchi entro nicchie soprastanti le tombe - recano inconfondibile l'impronta del genio michelangiolesco; le quattro Ore del giorno, in particolare, registrano, al di là delle possibili interpretazioni allegoriche e degli indubbi richiami alla filosofia del tempo, una gamma espressiva varia e modulata (dalla volitiva energia del Giorno alla serena bellezza della Notte, dalla malinconia dell'Aurora alla pensosa rassegnazione del Crepuscolo), magistralmente assecondata dal diverso grado di elaborazione del marmo, ora sommariamente sgrossato dallo scalpello, ora tornito con estrema, levigata politezza. L'assetto interno del vestibolo e della sala della Biblioteca laurenziana di Firenze, avviato negli stessi anni sempre per incarico di Clemente VII, risponde ai medesimi criteri architettonici formulati nella Sacrestia nuova: grazie al frequente alternarsi degli elementi decorativi sporgenti, le pareti assumono anche qui un carattere di movimento, di vitalità, un rilievo quasi scultoreo. Dopo altre opere minori, tra cui spicca il Bruto del Bargello, personaggio di eroica fermezza morale, l'attività scultorea si chiude con tre gruppi della Pietà: quello di Santa Maria del Fiore, quello detto di Palestrina all'Accademia di Firenze e quello Rondanini del Castello Sforzesco di Milano. A quest'ultimo, il più intenso dei tre, Michelangelo lavorò fino a pochi giorni dalla morte, lasciandolo incompleto.
Michelangelo si spegneva l'8 febbraio 1564, e la sua salma onorata a Firenze da esequie solenni, veniva tumulata in Santa Croce.
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