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Antonio del Pollaiolo Antonio Benci detto il Pollaiolo (Firenze 1431 ca - Roma 1498). Antonio del Pollaiolo iniziò la sua attività come orafo, proseguendola fin verso il 1478 (rilievo con la Nascita del Battista per l'altare d'argento del Battistero di Firenze), quando già, e fin dal 1460, si era affermato come pittore per la famiglia dei Medici. Le opere di scultura che di lui ci rimangono sono tutte in bronzo ad eccezione di un busto di giovane guerriero nel Museo del Bargello, in terracotta, che è forse un modello da realizzare in bronzo. Non vi sono prove che egli abbia praticato la scultura in marmo. Nei bronzi pollaioleschi la visione donatelliana appare sviluppata soprattutto in quanto poteva concorrere alla rappresentazione del moto, identificando in quest'ultimo quel dominio dello spazio che fu alla base delle maggiori esperienze figurative del Rinascimento. Ma il movimento che Donatello aveva espresso soprattutto col vibrante modellato e con i valori pittorici delle superfici, contenendolo entro conclusi schemi strutturali, nel Pollaiolo si attua espandendo liberamente le forme nello spazio e mediante un particolare linearismo che il Berenson definì "funzionale" in quanto elaborato in funzione della rappresentazione del movimento. Questo sentimento lineare, che nei dipinti si manifesta principalmente nell'energico e vivacissimo profilare delle immagini, nella scultura descrive ed analizza le più minute accidentalità dei volumi, li carica di una interna, fortissima tensione, affonda nelle carni delle figure, le scava e ne rileva tendini e muscoli mettendo in luce le strutture anatomiche. Ma il carattere scientifico che era alla base di queste ricerche pollaiolesche non conseguì necessariamente una fredda ed oggettiva riproduzione della realtà, ché esso venne liberamente elaborato dalla fantasia dell'artista dando luogo ad un linguaggio che nell'imprimere uno straordinario dinamismo e una esasperata vitalità ad ogni oggetto della rappresentazione, si traduce in un vero e proprio elemento di trasfigurazione poetica. Esemplare a tale riguardo è il celebre bronzetto con Ercole e Anteo nel Museo del Bargello, che si collega idealmente al tema delle fatiche d'Ercole più volte rappresentato dal Pollaiolo in pittura sì da avervi fatto ravvisare, dall'Ortolani, «la favola del suo genio, la chiave stessa della sua fantasia». Ercole sembra attingere dal terreno le forze per sollevare Anteo che cerca disperatamente di svincolarsi dalla stretta mortale puntando la sinistra sulla testa del dio e premendogli con la destra sul fianco: ne risulta un viluppo di energie in violentissimo contrasto, che tende i due corpi «come due archi contrapposti» e divergenti e i cui profili si stagliano nello spazio descrivendo con una fremente incisività che tuttavia non ne interrompe l'andamento continuo, le più minute emergenze dei piani del modellato.
L'ultima opera cui attese il Pollaiolo, con la collaborazione del fratello Piero, fu il monumento bronzeo al papa Innocenzo VIII le cui spoglie vi furono inumate il 30 gennaio 1498, cinque giorni prima della morte dell'artista. Il complesso, in San Pietro, subì durante il Cinquecento o ai primi del Seicento un radicale mutamento strutturale, con la collocazione in basso del sarcofago su cui giace la statua del defunto che in origine stava al di sopra della statua del pontefice seduto e benedicente: ed è la prima volta che l'immagine del defunto viene rappresentata viva in un sepolcro, anticipando in tal modo una consuetudine che verrà adottata nelle tombe papali del periodo barocco in San Pietro. La statua, dal volto un po' atono sotto la pesante e ornata tiara, è concepita con larghezza e monumentalità di ritmi plastici ed è fiancheggiata da quattro nicchie con le Virtù cardinali a bassorilievo nelle quali è stata avvertita la partecipazione di Piero, mentre tra le più genuine espressioni del «genio focoso» di Antonio sono le tre Virtù teologali nella lunetta.
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