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Andrea del Verrocchio Andrea di Francesco di Cione detto il Verrocchio (Firenze 1435 - Venezia 1488). Andrea detto, dal nome del suo primo maestro, il Verrocchio si formò come orafo e di tale educazione è forse un ricordo in una delle sue prime opere, il monumento funebre a Piero e Giovanni de' Medici che fu collocato nella sagrestia vecchia di San Lorenzo nel 1472. Esso non ha sculture figurate e sotto un'arcata di tipo albertiano reca un sarcofago i cui cesellati e frastagliatissimi ornati in bronzo si fondono con le vibrazioni di una grande rete di attorte funi, pure di bronzo, che si stende per tutto il vano sovrastante. Questa capacità di conferire effetti di vibrazione atmosferica alle forme modellate con nitida incisività lineare è quanto maggiormente caratterizza lo stile verrocchiesco e si manifesta anche nelle sculture in marmo, la più famosa delle quali è la Dama dal mazzolino nel Museo del Bargello: in essa le sottilissime increspature della veste sul petto, le ondeggianti pieghe delle maniche e persino le arricciate e minute ciocche della capigliatura acquistano una sorta di mobile levità che ha la sua più squisita espressione nei morbidi trapassi chiaroscurali - quasi un anticipo dello "sfumato" leonardesco - delle stupende mani che per la prima volta compaiono in un busto del Quattrocento.
Nel gruppo in bronzo dell'Incredulità di San Tommaso compiuto nel 1483 per una delle nicchie di Orsanmichele la virtuosità dell'orafo si rivela nella analitica preziosità con cui appaiono modellati i fastosi e complicati panneggi dei due personaggi: e v'è in questi anche una eco del gusto particolaristico e descrittivo della pittura fiamminga che aveva suscitato grande ammirazione a Firenze soprattutto attraverso il trittico dell'Adorazione dei pastori eseguito nel 1475 per Tommaso Portinari da Hugo van der Goes.
E ancor più significativa appare la diversità tra i due sommi artisti dal confronto tra il Gattamelata di Donatello e il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni nel Campo dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, iniziato nel 1479 dal Verrocchio e fuso in bronzo dopo la sua morte (1483) dal veneziano Alessandro Leopardi. Il suggerimento di moto impresso alle concluse strutture del Gattamelata si è fatto qui aperta rappresentazione di un incedere impetuoso e gagliardo, che arditamente fende lo spazio. Così, mentre la zampa sinistra del cavallo donatelliano si raccordava mediante un globo al basamento, includendo la composizione entro uno schema quasi geometrico, quella del destriero verrocchiesco si solleva sottolineando col suo moto l'inarcarsi del possente garrese, sì che il corpo dell'animale risulta proiettato in avanti e verso l'alto da una spinta irresistibile tale da vincere il peso del cavaliere catafratto nella massiccia armatura e ritto in arcioni sulla gran forca delle gambe distese. Le due figure, del cavallo e del cavaliere, appaiono, assai più di quelle di Donatello, saldate in un unico blocco poderoso, ma animato dal volgersi irrequieto verso sinistra del muso del cavallo e dall'opposta torsione del busto del condottiero i cui lineamenti, impressi di una crudele arroganza ben diversa dalla serena e consapevole "virtus" del Gattamelata, si incastonano entro il greve emisfero dell'elmo.
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