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Benvenuto Cellini

Benvenuto Cellini (Firenze 1500 - 1571).
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Cellini fu il più grande orafo del Rinascimento. Avviato dapprima allo studio della musica, fu quindi attratto dall'arte dell'oreficeria di cui apprese i primi rudimenti nella bottega di un orafo fiorentino. A sedici anni dovette interrompere il suo noviziato artistico perché, coinvolto in una rissa, fu costretto a fuggire a Siena. Tornato a Firenze dovette di nuovo lasciarla in seguito a un ferimento e, giunto a Roma nel 1523, vi rimase fino al 1540, lavorando per il papa Clemente VII e per il suo successore Paolo III Farnese, suoi ammiratori e protettori.

Nel 1527, durante l'assedio di Roma, comandò la difesa di Castel Sant'Angelo, e nella sua autobiografia egli si vantò di avere, in quella occasione, mortalmente colpito con un'archibugiata, il condottiero delle truppe lanzichenecchi assedianti ovvero Carlo di Borbonei. Nel 1537, caduto in disgrazia di Paolo III per l'uccisione dell'assassino del proprio fratello e per quella del gioielliere Pompeo da Milano, fu rinchiuso in Castel Sant'Angelo, da cui tentò di evadere in modo avventuroso. Nel 1540 si recò in Francia presso Francesco I, ove affiancò all'attività di orafo quella di scultore, creando il Giove, oggi perduto, e la Ninfa di Fontainebleau, conservata al Louvre, opera di raffinatissima tecnica.

Al periodo francese appartiene anche la famosissima saliera d'oro di Francesco I re di Francia, ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna, vero "monumento da tavola", come è stato definito e giunto fino a noi quasi per miracolo, salvato fortunosamente dalla distruzione a differenza di tanti prodotti dell'orificeria. Le figure che ornano la saliera poggiano su un basamento ovale, in ebano, dove siedono, aggrontate, le due figure in oro di Nettuno, che impersona il mare, e della terra, forse Gea o una ninfa. La posizione delle due divintià è tale che le grandi gambe si incrociano, o meglio come dice lo stesso Cellini: "s'intramettevano le gambe sì come entra certi rami del mare infra la terra, e la terra infra del detto mare".

Nel 1545 si trasferì a Firenze presso Cosimo I e da lui ricevette la commissione del Perseo posto nella Loggia dei Lanzi; mentre il modello in bronzo e soprattutto il primitivo bozzetto in cera, conservati al Bargello, sono due capolavori di freschissima invenzione, la realizzazione della figura perde un po' di slancio e si fa apprezzare soprattutto per la straordinaria finezza dei particolari concepiti con fantastico estro, come il groviglio di serpenti annodati sulla testa mozzata de Medusa e il grottesco grifone sull'elmo del giovane eroe. L'ornatissimo basamento marmoreo reca entro nicchie le svelte statue di bronzo di Giove, Mercurio, Minerva e Danae e sotto, un bassorilievo con la Liberazione di Andrimede di nitidissimo gusto lineare.

Come esperimento per il getto in bronzo del Perseo il Cellini eseguì un busto di Cosimo I dall'autoritario volto e dalla corazza all'antica "piena di diversi e lascivi adornamenti, e diligentissimamente lavorata" (Cellini).

 

Oltre che alle sue opere di scultore e di orafo, la fama del Cellini si raccomanda agli scritti, e più che alle rime e ai trattati d'arte (notevole tuttavia è il Trattato dell'oreficeria), alla Vita.

Lasciò vivace testimonianza della sua vita avventurosa e spavalda nella celebre autobiografia (Vita) dettata dal 1558 al '65 a un garzone di bottega, indotto dal desiderio di lasciare una celebrazione di sé e della sua virtù di artista e di uomo. Ne risultò un ritratto vivacissimo, con pagine di forte colore, anche se inframmezzate a molte altre nelle quali il racconto si stempera in un'eccessiva minuzia aneddotica: nell'insieme, però, la sua è la più viva autobiografia del Rinascimento italiano.

 


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