Dizionario Scultori

Atlante Regionale

 
 

 

 

 

     

Antonio Canova

Nel frattempo, tra il 1787 e il 1792, plasmava nove raffinatissimi ed elegiaci bassorilievi in gesso (ora a Possagno) con episodi tratti dall'Iliade, dall'Odissea, dall' Eneide e dalla vita di Socrate, testi ch'egli si faceva leggere mentre operava.
Fin dai primi anni del soggiorno romano, si era dedicato pure alla pittura, frequentando per breve tempo lo studio del Batoni, ma fu soprattutto nel periodo 1798-99, durante una sua vacanza a Possagno, che vi si applicò. I suoi dipinti erano spesso momenti di una ricerca creativa che trovò la completa espressione nelle sculture. Alcuni però, come il Compianto di Cristo a Possagno e i monocromi ora al Museo di Bassano, acquistarono un autonomo valore poetico.
Con l'amico Selva nel maggio del 1792 se ne tornò a Possagno, cercando sollievo ai dolori di stomaco e riposo dalle intense fatiche di scultore. Era la prima volta, da quando si era trasferito a Roma, che rivedeva il paese natio. L'accoglienza dei compaesani fu trionfale: egli entrò in Possagno scortato da quaranta giovani, coronati di fiori e montati su cavalli ornati di rose e alloro, tra un festoso scampanio e scoppi di mortaretti. Con profonda emozione incontrò i vecchi nonni Pasino e Caterina e, a Crespano, la madre. Nei successivi trent'anni tornò al paese altre sei volte. La distanza, il disagio e il pericolo d'essere assaltato dai banditi lungo la strada gli sconsigliavano il viaggio. Tuttavia egli rimase sempre affettuosamente legato al paese natio. Con parenti e compaesani tenne corrispondenza e dalle loro lettere veniva a sapere le vicende grandi o minute, liete o tristi che accadevano nel piccolo mondo possagnese. Sostando a Venezia durante il viaggio del 1792, ricevette dal Senato la commissione del monumento funebre all'Ammiraglio Angelo Emo, comandante della flotta veneziana e vincitore delle battaglie di Algeri e di Tunisi, morto in quell'anno. La tomba a forma di stele, in cui gli elementi patetici sono ridotti al minimo e la dignità dell'estinto è suggerita da riferimenti allegorici, doveva essere collocata nel Palazzo Ducale, invece venne posta nell'Arsenale(1795), con grave disappunto dello scultore, e ora si trova al Museo Storico Navale. Per quest'opera il Senato conferì al Canova una pensione vitalizia di cento ducati al mese. Dopo di allora egli eseguì parecchi monumenti funebri a forma di stele, come quelli del Capitano Gerolamo Giustiniani (1796-97, ora nel Museo Civico di Padova), dell'amico Giovanni Volpato (1804-1807, nella Basilica dei S.S. Apostoli di Roma) del suo primo mecenate Giovanni Falier (1805-1808, nella chiesa di Santo Stefano di Venezia), tutti intesi a celebrare in tono elegiaco le virtù del defunto.
Nel 1797, occupata Venezia dall'armata del generale Napoleone Bonaparte e instaurata la repubblica democratica, la pensione gli venne sospesa e, nonostante le enfatiche assicurazioni del Bonaparte, non più ridata. L'imperatore Francesco II d'Austria, a cui i francesi avevano ceduto Venezia col trattato di Campoformido, nel 1799 gli confermava la pensione, col patto che risiedesse sei mesi all'anno a Venezia, ma Canova rifiutò.
Le vicende belliche, che allora sconvolgevano l'Italia e l'Europa, turbarono il Canova, che cercava sollievo lavorando "come un disperato" alle numerose opere che gli venivano richieste. Con quali sentimenti partecipasse alla drammatica sorte della Repubblica veneta lo apprendiamo da una lettera del 20 aprile 1797 all'amico Selva: "Sarei contento di perder volentieri qualunque cosa, anzi la vita stessa, purché potessi in siffatto modo giovare alla mia adorabile patria, che tale la chiamerò sino a che mi resterà ombra di respiro." Anche lo Stato pontificio venne colpito dalla tempesta napoleonica: il 19 febbraio 1797, tra il Bonaparte e Pio VI fu concluso il trattato di Tolentino, una clausola del quale stabiliva che Roma doveva cedere alla Francia importanti manoscritti e preziose opere d'arte. Gran parte di questo patrimonio sottratto venne con molta abilità diplomatica recuperato dal Canova nel 1815, quando Pio VI lo inviò a tale scopo a Parigi, dove erano convenuti i plenipotenziari degli stati vincitori di Napoleone. Contrari alla restituzione erano i francesi e i russi, favorevoli invece gli austriaci, i prussiani e soprattutto gli inglesi, che aiutarono il Canova a ritrovare i pezzi e pagarono le spese del loro trasporto a Roma. Ad ognuno dei delegati inglesi, tra cui il duca di Wellington, vincitore di Napoleone a Waterloo, lo scultore donò una testa ideale femminile in segno di riconoscenza. Riportate a Roma le opere d'arte, egli venne dal papa Pio VII nominato marchese d'Ischia, titolo che comportava una grossa donazione di terre e una pensione annua di tremila ducati, che però volle desti nare ad artisti poveri, all'Accademia di San Luca e a quella dei Lincei. Nello stemma del suo marchesato raffigurò la lira d'Orfeo e il serpente di Euridice, a ricordo delle due statue che avevano aperto la sua fortunata carriera artistica e sociale.
Quando nel febbraio del 1798 i francesi occuparono Roma, vi instaurarono la Repubblica democratica e mandarono in esilio il papa Pio VI. I nuovi governanti tributarono onori al Canova e lo chiamarono a far parte dell'Institut National. Durante la cerimonia d'insediamento, gli fu chiesto di giurare odio ai sovrani ma egli si rifiutò dicendo: "Mi non odio nissun". La frase rivela un animo mite ma anche il sentimento cristiano che lo animava.
All'inizio del 1800 Canova, superando certe gelosie dei colleghi, venne nominato membro della prestigiosa Accademia di San Luca, di cui diventò presidente nel 1810 e presidente perpetuo nel 1814. In quell'anno, trasferita l'abitazione dal vicolo dei Greci a Piazza di Spagna, si fece raggiungere dal fratellastro Giambattista e dalla madre, che però l'anno dopo preferì tornarsene a Crespano Dal suo studio, in cui l'amico D'Este fungeva da amministratore, raramente si allontanò, per qualche impegno di lavoro o per un periodo di riposo nel paese natio.
Gli anni dal 1800 al 1815 furono straordinariamente fecondi per l' artista, che creò capolavori assoluti come la Paolina Borghese (ora nella Galleria Borghese di Roma):

 

il Perseo Trionfante dei musei vaticani (1801)

 

la tomba di Maria Cristina d'Austria nella chiesa degli Agostiniani di Vienna.

la Venere Italica della Galleria Palatina di Firenze (1812), raffigurata mentre esce dal bagno, dall'agile movimento delle slanciatissime membra e dalla verace morbidezza delle carni e il cui nuovo sentimento rispetto all'antico fu ben intuito dal Foscolo che paragonandola alla classica Venere dei Medici nella stessa galleria scrisse che se questa era «bellissima dea», quella canoviana era «bellissima donna».

l'Ebe che, tenendo un'anfora e una coppa di bronzo, avanza con leggerissimo passo quasi da danzatrice: se ne conoscono varie versioni autografe dal 1796 (quella qui riprodotta è l'ultima., nella Pinacoteca di Forlì, del 1816)

 

I sovrani di tutta Europa gareggiavano nel commissionargli statue per abbellire le loro reggie e ritratti per immortalare la propria immagine. Nel 1802 anche Napoleone, allora primo console, lo volle a Parigi perché gli facesse un ritratto. Canova, memore che il francese era stato il carnefice della Repubblica veneta, dapprima rifiutò, poi, spinto da autorevoli personalità, partì per Parigi. L'incontro col Bonaparte segnò l'inizio della sua carriera d'artista ufficiale del regime napoleonico. In una colossale statua, finita nel 1806, raffigurò Napoleone come Marte pacificatore ma quella scultura non piacque all'imperatore perché lo effigiava nudo e venne riposta nel magazzino del Louvre. Parecchie opere e ritratti a mezzo busto o a figura intera vennero eseguiti per i familiari di Napoleone e per varie personalità della corte francese.
Intanto altri eventi bellici turbarono il Canova. I francesi occuparono nuovamente Roma, lo Stato della Chiesa fu aggregato all'impero napoleonico e Pio VII venne deportato. Anche le condizioni degli artisti in quegli anni divennero precarie e lo scultore si prodigò presso le autorità francesi per migliorarle.
Nell'estate del 1810 soggiornò un'altra volta a Possagno. Dopo la sua nomina a presidente dell'Accademia di San Luca, in ottobre si recò di nuovo a Parigi per ritrarre l'imperatrice Maria Luisa. L'imperatore tentò di trattenerlo in Francia offrendogli cariche importanti. Il Canova rifiutò. Riuscì tuttavia ad ottenere da Napoleone cospicui finanziamenti in favore dell'Accademia di San Luca e di quella di Firenze.
Nel 1811 fu colpito da due lutti: in gennaio morì Luigia Giuli, la sua governante che egli chiamava "madre morale" e in dicembre la "madre naturale" Angela.
In quegli anni lo scultore andava traducendo il suo ideale della bellezza femminile in figure di una grazia straordinaria come il ritratto di Juliette Recamier e le tre Danzatrici: quella con le mani sui fianchi (ora all'Ermitage di San Pietroburgo):

quella col dito sul mento (ora alla Galleria Nazionale romana d'Arte Antica)e quella con cimbali (ora alla Nationalgalerie di Berlino).

Nel 1813 Giuseppina Beauharnais gli commissionò il gruppo delle Grazie (oggi all'Ermitage), terminato nel 1816:

In ricordo del clamoroso successo incontrato da questa sua opera, in cui un sottile erotismo si stempera in lieve spiritualità, lo scultore istituì tre doti da assegnare ogni anno a tre fanciulle povere di Possagno. Bisogna dire che, pur essendosi arricchito, egli viveva con molta semplicità e spesso usava il denaro per beneficare chi ne aveva bisogno, a Roma o a Possagno. Accanto a queste immagini femminili, che rappresentarono modelli di bellezza per gran parte dell'Ottocento, il Canova plasmava figure virili di eroi, come l'Aiace (1812) e l'Ettore (ora in palazzo Treves a Venezia).
Nel 1815, compiuto a Parigi il recupero delle opere d'arte, si recò a Londra per giudicare se i marmi del Partenone, che Lord Elgin aveva portato dalla Grecia, erano di Fidia. "Vera carne" li definì e la sua ammirazione contribuì certamente alla decisione del governo inglese di acquistarli.
Il principe reggente Giorgio IV gli commissionò il gruppo con Marte e Venere (1822, ora a Buckingham Palace di Londra), che è allegoria della guerra e della pace ed esprime insieme i due ideali canoviani della forza e della bellezza.
Già nel 1813 aveva cominciato a pensare ad una colossale e costosa statua della Religione, da porre in San Pietro, come omaggio dell'arte alla fede. Nel 1816, amareggiato dal rifiuto opposto dai canonici della basilica, destinò l'ingente somma necessaria per la statua alla costruzione di una nuova chiesa a Possagno. Proprio allora i suoi compaesani gli avevano chiesto di finanziare il restauro della vecchia parrocchiale.
Nel 1818 comunicò all'amico e architetto Selva il suo progetto d'innalzare un tempio circolare con il pronao del Partenone e l'interno del Pantheon. Da allora la costruzione del tempio divenne il suo pensiero dominante. In una festosa cerimonia l' 11 luglio 1819 egli stesso posò la prima pietra, vestito da Cavaliere di Cristo. Con la partecipazione corale dei possagnesi, che lavoravano gratuitamente, si avviò la costruzione. L'anno dopo il Canova venne a Possagno per controllare di persona lo stato dei lavori. Nel luglio del 1821 rimpatriò ancora per sollecitare la costruzione che procedeva a rilento e per trovare sollievo ai disturbi di stomaco, che si erano riacutizzati. Nel luglio dell'anno successivo giunsero a Possagno le casse che il Canova aveva spedito da Roma e che contenevano libri e arnesi per la sua attività di scultore. Egli aveva intenzione di soggiornare a lungo in paese, dove arrivò il 7 di settembre. Rimase soddisfatto dell'avanzamento dei lavori del tempio. Il clima favorevole, la cura delle acque di Recoaro, le premure dei medici e l'affetto di parenti e amici influirono beneficamente sulla sua salute. Rinvigorito, decise di ripartire per Roma e fece una sosta a Venezia, in casa del vecchio amico Florian. Qui si ammalò gravemente e il 13 ottobre spirò. Venezia era in quei giorni percorsa da fermenti antiaustriaci, perciò le autorità imposero un funerale solo religioso e senza discorsi celebrativi. Volevano così evitare che la cerimonia funebre si trasformasse in una manifestazione patriottica: Canova, lo scultore che aveva raffigurato l'Italia piangente sulla tomba dell'Alfieri, appariva alla gente come un campione d'italianità. Dopo le esequie nella basilica di San Marco, la bara fu portata, nonostante il divieto delle autorità, nell'aula magna dell'Accademia, dove il presidente Cicognara tenne l'orazione funebre. Si volle che a Venezia rimanessero del Canova il cuore, ora conservato in un vaso di porfido nel sepolcro innalzato allo scultore nella chiesa dei Frari, e la mano destra custodita all'Accademia.
La salma venne trasportata a Possagno e deposta nella vecchia chiesa parrocchiale, in attesa di essere definitivamente tumulata nel Tempio, dove ora riposa.

 


Home | Scultori Italiani | Scultori Mondiali | Le Vostre Sculture | Gallerie fotografiche | Approfondimenti |
| Mostre ed Eventi | Links | Download | Forum |  Contatti |

 

 

   

 

Home
Scultori Italiani
Scultori Mondiali
Le Vostre Sculture
Gallerie Fotografiche
Approfondimenti
Mostre ed Eventi
Links
Download
Forum
Contatti