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Giacomo Manzù:
Porte della Morte (1952-1964) Le porte bronzee delle chiese cristiane costituiscono un importante capitolo della storia della scultura in Italia. Nel Medioevo ve ne furono, create da sommi artisti, a Montecassino, a Verona, a Pisa, a Trani, a Benevento. Nel Quattrocento la consuetudine riprese su larga scala a Firenze e culminò in quella che Michelangelo definì l'accesso al paradiso, la Porta d oro di Lorenzo Ghiberti per il Battistero. Nell'epoca moderna è diventato un vezzo dei committenti ecclesiastici guarnire edifici antichi con porte moderne. Non ne son venuti fuori che insopportabili anacronismi. Sicché, dopo la porta del Filarete (la cosiddetta Porta di mezzo della basilica vaticana), neppur essa un capolavoro, sia detto con buona pace degli altri scultori che vi hanno speso le loro fatiche, il solo capolavoro moderno, nel portico di San Pietro, è la Porta della Morte. Malgrado la drammatica sequenza di eventi e le accanite polemiche che ne punteggiarono la gestazione - la curia romana non riteneva adeguato alla circostanza il fervente comunismo dell'artista -l'esito mirabile dell'opera consisté proprio nell'aver fuso lo spirito laico e la religiosità delle scene, rappresentate con umana semplicità. Sul retro, visibile dall'interno della basilica, quando la porta è chiusa, è raffigurato l'episodio principe del pontificato di Giovanni XXIII, l'apertura del Concilio ecumenico vaticano II. Nel lungo pannello con la solenne processione dei prelati, vi sono due figure particolarmente toccanti, il pontefice sulla destra e, più a sinistra, un monsignore che esce di scena: è visto di spalle. Quest'ultimo è don Giuseppe de Luca che nel frattempo era morto, come del resto era morto lo stesso Giovanni XXIII, quando la porta fu installata. Quel don Giuseppe, consigliere iconografico dello scultore, si era tanto impegnato perché era conscio che l'ateo Manzù avrebbe creato nella più augusta delle basiliche un'opera degna dei geni che avevano eretto e decorato l'insigne monumento. Manzù non lo deluse. Era stato attento a ogni dettaglio. Si era preoccupato, per esempio, che la fusione bronzea avesse un colore biondo, di miele, per accordarsi con il tono dei marmi delle colonne scanalate e del fastigio, voluti secoli prima da papa Paolo V Borghese. Aveva studiato un'apposita lega e poiché la prima fusione era riuscita troppo scura (esiste tuttora) ne fece ripetere la colata. Il retro della porta è anche un'elegante soluzione spaziale: la sequenza dei prelati è una striscia figurata sottile rispetto all'altezza dei battenti. A baciare la mano del pontefice è il cardinale africano Rugambwa. II fatto che sia di colore è segno dell'universalità del cattolicesimo. Manzù ricordò, in proposito, che era stato il pontefice a decantargli i meriti di quel porporato. I volti dei due personaggi sono realistici ritratti. Il recto è invece diviso in due zone. Nella superiore sono raffigurate la Morte di Maria e la Morte di Cristo. Nel primo dei due riquadri ritorna il ricordo del deliquio della Santa Teresa del Bernini, mentre nel Cristo riaffiora il Partigiano della serie dei rilievi del tempo di guerra. Lo "stiacciato" è lievissimo, ma le figure scattano dal fondo con nettezza. Lo spazio inferiore è più gremito. Otto formelle rettangolari presentano scene simboliche, dalla morte dell'innocente Abele a quella di Giuseppe (forse in omaggio a don Giuseppe de Luca), di Stefano protomartire lapidato, di Gregorio VII e, nella fascia sottostante, la morte per violenza, Giovanni XXIII in preghiera, aggiunto dopo la morte del pontefice e posto in sostituzione del pannello raffigurante la morte per acqua e, infine, le morti civili, nell'aria e sulla terra. Al centro due altorilievi, che hanno funzione di picchiotti, rappresentano un tralcio di vite e un fascio di spighe, entrambi simboli eucaristici. Altri sei più piccoli altorilievi punteggiano la parte bassa dei battenti: sono raffigurazioni di uccelli (un gabbiano, un corvo, una civetta) e di altri animali (un ghiro, un riccio, una tartaruga che azzanna un serpente), tutti più o meno collegati con l'idea del notturno, del sonno e dunque della morte. Non esistono, nella raffinata soluzione compositiva, cornici dei riquadri. Di conseguenza i parametri prospettici sono soltanto due, il piano di fondo, che ha il senso dell'infinito spaziale, e il rilievo di figure e simboli che ne determina i volumi.
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