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Michelangelo: I Prigioni
I Prigioni (1520-1532), Michelangelo scolpì i quattro Prigioni mentre era a Firenze impegnato nella fabbrica di San Lorenzo, forse pochi anni prima di tornare a Roma quando aveva ripreso a lavorare alla Sagrestia nuova per volere di Clemente VII. Lavorò alle immani sculture per inserirle nella nuova e ridotta versione del monumento funebre della Rovere come era prevista dal contratto con i Della Rovere stipulato nel 1516, cioè con ventidue figure anziché quaranta. Lo scultore abbandonò poi tali sculture nel 1532 a seguito del nuovo contratto con i Della Rovere, che chiesero all'artista solo sei statue. Michelangelo dichiarò di avere quattro delle sei sculture richieste nel suo studio a Roma (il Mosé, gli Schiavi ora al Louvre e forse Giulio II giacente). Nel suo laboratorio fiorentino in via Mozza dovette quindi abbandonare le opere in corso di elaborazione - fra cui evidentemente i quattro Prigioni - per concentrarsi sul gruppo a due figure rappresentanti la Vittoria. Nel 1534, quando l'artista partì per Roma, i Prigioni rimasero inutilizzati a Firenze insieme alla Vittoria e, forse, all'Adolescente, oltre a vari modelli, bozzetti, studi e blocchi di marmo. Alla morte di Michelangelo il nipote Leonardo Buonarroti regalò i Prigioni a Cosimo I de' Medici. Il figlio di questi, Francesco I, li fece collocare nella Grotta grande del giardino di Boboli che Bernardo Buontalenti andava allestendo (15851588), fra finte incrostazioni minerali, stalattiti e spugne. Nel 1909 le sculture furono infine trasferite nella Galleria dell'Accademia ad accompagnare il percorso che conduceva alla Tribuna del David. I Prigioni, a causa dei loro tratti e delle loro pose assai diversificate, sono così denominati: lo Schiavo giovane, lo Schiavo barbuto, l'Atlante, lo Schiavo che si desta. Lo Schiavo che si sveglia (1520-1523), assai simile al San Matteo, ha le gambe incrociate in una posizione più adatta a una figura sdraiata che a una in piedi e sembra anticipare la statua del Crepuscolo nelle Tombe medicee. Una figura assai simile compare in uno dei rilievi di Antonio Federighi per il fonte battesimale del duomo di Siena. I Prigioni, di dimensioni maggiori degli Schiavi del Louvre, lasciano ancora ben visibile la sagoma dei blocchi da cui sono parzialmente ricavati. L'Atlante ha ancora sulle pareti del blocco i segni impressi dopo la scelta del pezzo fatta da Michelangelo presso le cave delle Apuane: i tre cerchi con cui si firmava l'artista, la "L" iniziale di Leone, il nome del cavatore, una navicella e il tridente. Le quattro sculture, dunque, consentono di ricostruire il procedimento di esecuzione dell'artista, che affrontava il parallelepipedo della pietra da un lato e solo da quello affondava nella materia, lasciando le forme sporgenti. A questo proposito risulta molto efficace l'immagine letteraria descritta da Vasari nella sua biografia, quando paragona il metodo di lavoro di Michelangelo al corpo immerso in una vasca d'acqua che, con l'abbassarsi del livello, affiora lentamente sempre di più. Tale progressivo emergere lo si osserva confrontando l'Atlante con lo Schiavo barbuto.
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