Dizionario Scultori

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MEDARDO ROSSO
La polemica con Rodin

Medardo Rosso è morto a Milano nel 1928. Da tempo amava fotografare le sue opere, ma verso la fine della sua vita questa esigenza andò crescendo. Non sopportava le fotografie fatte dai professionisti. Egli, fotografando le sue opere, cercava di fornirne un'immagine che potesse indirizzare lo sguardo a considerarle dal punto di vista giusto, secondo la giusta incidenza della luce.

Ma fu proprio questa sua esigenza che provocò l'incidente che doveva causarne la fine. Un giorno, mentre le spostava, un gruppo consistente di lastre fotografiche gli caddero su un piede, rendendo necessaria l'amputazione di alcune dita e quindi della gamba. Alla seconda operazione il cuore non seppe resistere. La morte avvenne il 31 di marzo. Aveva settant'anni.

Alle sue spalle restavano molti problemi, che già si erano discussi ma che ancora si sarebbero continuati a discutere a lungo, primo fra tutti il suo rapporto con Rodin, un rapporto che era iniziato come un idillio e che finì invece con lampi e tuoni. Ci si mise di mezzo la critica, il pettegolezzo e persino qualche rigurgito sciovinista. Ma che cosa è rimasto oggi di tutti quei contrasti sia teorici che personali? Davvero ben poco.

Il primo incontro tra i due scultori è documentato da una lettera, datata 17 gennaio 1894, in cui Rodin, invitando Rosso a pranzo, gli dice anche della gioia provata il giorno in cui era andato a trovarlo: «Arrivando al vostro studio, sono stato preso da una folle ammirazione per voi... ». A consolidare la reciproca stima e amicizia ci fu anche lo scambio di un'opera: Rosso donò a Rodin una Rieuse, mentre Rodin gli regalò il Torso maschile che oggi è al Petit Palais.

Fu un'amicizia che durò sino all'epoca in cui Rodin espose al Salon del 1898 il suo Balzac, il grande bronzo che gli era stato commissionato dalla Société des Gens de Lettres per suggerimento di Zola che ne era il presidente. Fu uno scandalo che si allargò rapidamente, anche perché finì per confondersi con l'«affaire» Dreyfus, su cui, proprio in quell'anno Zola aveva scritto il suo «J'accuse». La Société des Gens de Lettres, contro il parere di Zola che la difendeva, rifiutò l'opera, mentre il coro degli insulti e delle critiche diventava sempre più di uno scomposto clamore. La ragione era dovuta al fatto che il grande bronzo monumentale si presentava come un blocco sommario, non modellato nei dettagli. Un «feto colossale» si disse sui giornali. Non si era mai vista infatti una scultura di quelle proporzioni eseguita con modi così "approssimativi". La figura dell'autore della Commedia umana appariva infatti avvolta in un'ampia e lunga veste da camera ruvidamente informe, su cui s'affacciava l'enorme faccione del romanziere ugualmente trattato, incoronato da una capigliatura leonina, folta e disordinata.


Auguste Rodin: Balzac

Lo sdegno del pubblico e della stampa nasceva dall'insolito modo di fare scultura, un modo che sembrava sbrigativo, trascurato, offensivo nei confronti della grande tradizione plastica francese. Non furono in molti i critici favorevoli, che s'accorsero anche dei motivi per cui Rodin aveva concepito ed eseguito un'opera cosiffatta. Ma qualcuno ci fu, e lo mise in chiaro. Uno di questi fu Sainte-Croix, in un articolo uscito ad apertura del Salon. Egli, nel suo `pezzo' inneggiava a Rodin, però metteva pure in chiaro ch'egli, nella sua impresa, aveva fatto fruttificare «i germi di una sorprendente rinascita» della scultura portati in Francia da «un grandissimo artista»: Medardo Rosso.

A guardare il Balzac, in realtà, non si può fare a meno di pensare che Rodin abbia avuto più di una suggestione dalle opere di Rosso (come ad esempio dall'osservazione del Bookmaker, esposto alla mostra personale dell'italiano alla Bodinière nel dicembre 1893). Dalle sculture della sua carriera precedente, questa appare infatti decisamente diversa nella sua impostazione generale e nella maniera di risolvere la particolare scansione dei piani plastici, evitando ogni minuzioso descrittivismo.


Medardo Rosso : Bookmaker

Ciò nonostante anche in questa scultura Rodin continuava a concepire la statua come l'aveva sempre concepita. Forse, ed è già stato fatto, se un precedente si può invocare a suo riguardo, anziché a Rosso, ci si deve piuttosto rivolgere a quelle prodigiose sculture `minori' che Daumier modellava per fissare alla brava il ricordo fisionomico dei politici da prender di mira o dei protagonisti della scena urbana.

Rosso comunque, di tutto ciò si risentì profondamene, considerando invece il Balzac quale un affronto al suo primato innovativo, poiché il rischio era quello, data la fama e la potenza organizzativa di Rodin, di finire col passare come secondo in una vicenda in cui si considerava il primo, come dei resto era senz'altro.

Rodin, nella sostanza, anche con la prova del Balzac, non era certamente un "impressionista". Rosso lo sapeva e ne avrebbe, più tardi, spiegato chiaramente i motivi. Lo scrisse su un giornale francese nell'ottobre del 1921 e lo ribadì con le stesse parole l'anno seguente, traducendo lo stesso testo su «Lo Spettatore».

Ormai Rodin era morto da cinque anni, ma è a lui che Rosso si rivolge direttamente come continuando la polemica interrotta: «Voi», scrive, «non avete dato che un po' di vernice alla casa, ma con tutti i vostri sforzi non avete cambiato strada, non avete abbandonato la concezione materiale, ma siete rimasto, come sempre, all'interpretazione statuaria negazione di luce-vita; siete rimasto all'interpretazione di opere fatte perché `vi si giri attorno', perché `si tocchino con le mani' ».

Così restava dunque Rodin e con questi caratteri restavano la sua grandezza, la sua prepotente forza espressiva, eloquente e letteraria; e così, impareggiabile, restava Medardo Rosso, che dal 1906, dalla delicata testina dell'Ecce puer, sino alla morte, non volle più metter mano sulla creta per non ripetersi, affinché la suprema grazia della sua scultura non corresse il rischio di diventare mestiere.

 


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