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Giuseppe Grandi
Monumento alle Cinque Giornate

 

Monumento alle 5 giornate
Milano, Porta Vittoria, 1881-94

Il Monumento alle Cinque Giornate, rappresenta la più grande e importante opere del Grandi, dove ormai la lezione realistica del Tabacchi e la suggestione pittorica del Cremona sono superate da una sintesi plastica che ne va oltre per immaginazione e originalità.

A questo monumento, Grandi lavorò per circa quattordici anni, e fu un lavoro accanito, appassionato, pressoché esclusivo. Lui, così espansivo, così vivace di parola e ricco di aneddoti, non vedeva più nessuno, ritirato nel suo vasto e nuovo studio di via Stella, una strada che andava a morire sul bastione di Porta Tosa, ormai ribattezzata Porta Vittoria, perché proprio lì le forze popolari avevano sopraffatto l'ultima resistenza degli austriaci nella quinta giornata dell'insurrezione. La fatica di tale impresa fu tanta e tanta fu la sua dedizione, ch'egli, debole di polmoni, se ne ammalò, morendo d'etisia tre mesi prima de ll'inaugurazione dell'opera. Aveva poco più di cinquant'anni. Il compianto fu grande.

Gli artisti milanesi vollero rendergli omaggio facendo scoprire il 6 dicmbre del '94, almeno per mezza giornata, il monumento già finito, che sarebbe poi stato inaugurato ufficialmente, per commemorare le Cinque Giornate, solo il 15 marzo dell'anno dopo.

Fedele ai principi del Realismo, Grandi si procurò i modelli di cui aveva bisogno senza badare a spese, con assoluto disinteresse. Riuscì a farsi venire un'aquila da Budapest e andò personalmente ad Amburgo per comprarsi un Icone, che si portò dietro con relativo domatore.

Su questi due animali e sul rapporto che Grandi aveva con essi, correvano innumerevoli storie nell'ambiente artistico milanese, di cui Carlo Dossi (scrittore italiano nell'ambiente della Scapigliatura milanese) riferisce in più di una delle sue Note Azzurre. Tra l'altro, racconta: «Poiché gli occorreva che (il leone) apparisse belva feroce e non pelle impagliata da museo zoologico, lo eccitava in ogni maniera. Inenarrabili i suoi tiri, gli scherzi, che gli faceva attraverso le sbarre, gettandogli pezzi di scarpe e di carbone e gomitoli di filo in bocca. A forza di questo trattamento il leone era diventato addirittura feroce e ... stitico ». Siamo nell'aria scanzonata e burlesca che fa parte, come ugualmente la visione più pessimista, della Scapigliatura.

Di vero però c'era l'impegno serio e severo del Grandi che, chiuso nello studio, modellava le sue immagini in solitudine. Nelle sue `visite' agli artisti di Milano, un giornalista che si firmava John così descrive i suoi tentativi per incontrarlo: «Nessun harem di sultano egoista, nessuna pagoda di buddista intransigente, nessuna clausura ideale di chiostro, offre l'inviolabilità assoluta dello studio di Grandi. Vi presentate al mattino: - c'è la modella, e sino a mezzogiorno. Ritornate a un'ora: - è incominciato il turno dell'altra modella, e finché vi si vede nello studio, si lavora. Nell'ora dell'intervallo lo scultore è a colazione. Dove? Si ignora. Se per caso il portinaio in buona fede vi dice che l'artista è solo - arrivati al cancello dello studio, ecco il solito inserviente, col solito sorriso automatico, che vi avverte che siete giunti troppo tardi. Lo studio ha un'uscita speciale che dà sui Bastioni - è per di là che il Grandi è scappato. Non tentate i resto di sorprenderlo per via, se appena ne intravedete la figura in lontananza. Per quanto si corra, egli vi sfuggirà, quasi una larva. A casa non rientra che per andare a letto. Invisibile nei caffè, al club; invisibile agli amici, anzi specialmente a questi, il Grandi arriva ad assumere il carattere di un mito ».

Grandi ha incarnato le Cinque storiche giornate in una allegoria di cinque donne discinte, disposte dinamicamente intorno alla base da cui si alza un obelisco che sale al cielo coi nomi dei caduti incisi nel bronzo. Come avrebbe detto Courbet, si trattava comunque di una "allegoria realista", e in tale senso ogni figura è modellata.

Alla base, il leone si risveglia e rugge, scavato nei banchi, guizzante per ogni muscolo sotto la pelle, con la giubba scarduffata e selvaggia, immagine-simbolo del popolo che si sveglia e solleva contro la tirannia.

Quindi, ecco la donna che rappresenta la prima giornata: una donna dalle forme poderose, una «vera Dea delle barricate»: con un sasso batte l'allarme su di una campana, a ricordo di tutti i campanili che in quel giorno fatidico suonarono a martello da un capo all'altro della città, mentre sulla schiena nuda le guizza una folta treccia come una serpe furente.

Ed ecco la seconda giornata: una donna che piange sulle stragi perpetrate contro la popolazione inerme il giorno dopo l'insurrezione.

Ma è da questo stesso dolore che si genera l'impeto travolgente. È per ciò che Grandi ha modellato la donna della terza giornata più grande delle altre, come se in lei si raccogliessero tutte le energie della riscossa popolare. Con le braccia tese, gli occhi furibondi, i capelli scarmigliati, uscenti di sotto una benda che le copre la fronte ferita, questa donna chiama alla lotta, interpretando istitintivamente la parola d'ordine di Cattaneo: «Meglio morire di ferro che di forca».

Modellate vicine sono invece le due donne della quarta e della quinta giornata, avvolte insieme dall'ampio e palpitante drappo della bandiera. La prima appare come sollevata dalla speranza della vittoria, la seconda dà fiato alla tromba perché la vittoria è ormai compiuta. Accanto, con le ali aperte in atto di spiccare il volo per recare al mondo la notizia, le sta l'aquila che unisce il suo grido agli squilli vittoriosi.

In una delle sue Note Azzurre, il Dossi fa un'osservazione che può senz'altro aiutare a capire meglio il carattere del linguaggio che presiede alla composizione del monumento. Dice: « Grandi, scultore, usa della linea serpentina, anzi ne abusa, a differenza degli altri scultori, che abusano del suo non uso». Certo la
linea serpentina» domina le Cinque Giornate, ne è un motivo fondamentale, determinante il mobile e complesso insieme delle forme, che si compenetrano e risolvono una nell'altra in una continuità ininterrotta. È questa constatazione che ha fatto parlare qualche critico di una singolare inclinazione barocca del Grandi.

Ciò ch'è evidente è comunque il fatto ch'egli, con quest'opera, travolge il concetto tradizionale del monumento, dandogli un'impostazione del tutto nuova e diversa, gravida di potenzialità. Non c'è dubbio che un monumento come questo dovesse fare una profonda impressione su di uno scultore come Bistolfi. Esso costituisce un punto alto nella scultura dell'Ottocento, e per più d'un aspetto un punto che è rimasto insuperato.

Ma, per Grandi, il monumento non era soltanto l'opera a cui aveva dimostrato di tenere maggiormente come alla prova più impegnativa della sua carriera, quella a cui affidava la memoria del suo nome d'artista. Per lui, il Monumento alle Cinque Giornate costituiva anche un segno specifico del suo impegno civile, un modo per ricordare che i valori del Risorgimento avrebbero dovuto continuare ad essere presenti come motivo ispiratore del nuovo Stato unitario. È per questo ch'egli volle incidere sulla campana un'epigrafe di non dubbio significato: «Quamvis immota loquor»: cioè: "Anche se ora sto immobile, io parlo perchè non dimentichiate le ragioni della nostra storia".

Il monumento, insomma, non era soltanto un ricordo, ma anche un rimprovero e un ammonimento.

 


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